mercoledì 19 luglio 2017

Perché Giorgio Caproni aveva torto (e perché l'ecologia senza l'Uomo è insostenibile).

Sì, Giorgio Caproni (Livorno, 7 Gennaio 1912 - Roma, 22 Gennaio 1990) è uno dei maggiori poeti del Novecento italiano. 
Sì, i suoi versi quest'anno sono stati scelti per essere analizzati dai maturandi, alle prese con una delle tappe più importanti della loro vita. In particolare, la poesia scelta è stata: "Versicoli quasi ecologici", contenuta nella raccolta postuma "Res Amissa" uscita nel '91. La poesia, recita, così:


Giorgio Caproni (da Wikipedia)
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto:
Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.



Versi bellissimi, che ci riportano a riflettere sul rapporto che l'uomo intrattiene con la natura, con quanto sia vero che senza di essa nemmeno lui potrebbe vivere e su quanto contemplarla possa fare bene all'anima e alla psiche. Leggendoli lentamente, parola per parola, si prova rabbia verso chi si adopera per eliminare, consapevolmente o meno, questo nostro patrimonio, perché ci si rende conto ancor meglio della sua preziosità. Di quanto l'Uomo stesso abbia bisogno di Bellezza e di quanto il creato ne sia espressione. 

C'è, però, un problema. Gli ultimi versi non sono veri. Poetici, sicuramente. Collimanti con ciò che l'uomo prova spesso per se stesso, quel disprezzo sottilissimo derivante dal poter fare anche il male (...e non accettarlo), dal ridursi alla propria impronta sul mondo, ma falsi. Perché?

Ve lo spiego con un aneddoto. Ero una matricola entusiasta di iniziare il percorso universitario ed ero a una delle mie prime lezioni di Psicologia Generale. Il professore, a un certo punto, fece a noi studenti, una domanda: "Quando un albero cade in una foresta dove non c'è nessuno, fa rumore?" La maggior parte rispose di sì perché, d'altronde, le cose accadono indipendentemente dal fatto che noi le percepiamo. E invece no. Un albero che cade in una foresta dove non c'è nessuno che lo senta non fa rumore, perché il rumore deriva dalle onde sonore che intercettano le nostre orecchie, il nostro sistema uditivo. Ancora un'altra domanda: "Queste sedie sono blu se nessuno le guarda?" Molti avrebbero voluto rispondere ancora di sì, ma scottati dal precedente errore, tacquero. Allora ci chiese di chiudere gli occhi. "Cosa vedete?", "Niente, è tutto nero". "Esatto, perché il colore è la percezione visiva che crea l'incontro tra le radiazioni elettromagnetiche e la retina, la quale invia i segnali nervosi al cervello". Per cui no, nemmeno i colori per come li conosciamo esisterebbero se noi non li percepissimo. E molto è cambiato anche grazie alla cultura, perché nell'Antica Grecia, per esempio, non si dava l'importanza che diamo oggi alla differenza tra i vari colori, ma si poneva l'accento sulla limpidezza e sulla tenebrosità, così che solo il bianco e il nero erano chiaramente definiti, e questo pensiero arrivò almeno fino al Medioevo.

Perciò no, il mondo non sarebbe lo stesso senza di noi. La terra non sarebbe più bella, perché nessuno la guarderebbe. Non esisterebbero il verde, il rosso, il blu, il giallo. Non esisterebbero suoni e rumori, nessun terremoto e nessun incendio sarebbero catastrofi ma è altrettanto vero che niente avrebbe senso, non potrebbe essere nemmeno una bellezza fine a se stessa, perché molte delle cose che noi riteniamo belle, non ci sarebbero senza di noi, e senza il senso che diamo loro. 

E a proposito di sguardi, qualcuno ha mai notato quanto cambia qualcuno quando sa di essere amato? Quando sente su di sé uno sguardo dolce, tenero, significativo, che scopre tutte le sue meraviglie e le sue unicità, che lo custodisce, che ne esige il vero bene? Ecco, per questo motivo la vera ecologia passa dalla contemplazione della Bellezza, del sentirsi partecipi di una storia che contempla piante e animali, ma passa anche dall'Amore (non narcisistico) per l'Uomo. Perché egli è indispensabile e perché, che decidiamo di distruggerla o di custodirla, queste due azioni partiranno sempre da una concezione antropocentrica della situazione: o sfruttiamo per i nostri comodi (denaro, ecc...) o custodiamo per i nostri comodi (bellezza, un giusto ritorno economico, la nostra stessa sopravvivenza...), anche perché, forse è brutto da dirsi, ma difficilmente contestabile: a un albero non interessa essere un albero, ma a noi interessa che lo sia. 


da Natura Nakupenda

E ancor di più, non possiamo perseguire un'idea ecologica che non ci veda protagonisti non solo nel differenziare la plastica dalla carta, ma dal renderci conto che l'ecologia deve stare al nostro passo e che non tutto può essere rivisitato in chiave "ecologica" e "sostenibile" e che quando parliamo di questi argomenti dobbiamo chiederci sempre sulla base di quali parametri giudichiamo l'essere ecologico o sostenibile di un oggetto o di un'attività. 

Finisco col dire che possiamo chiederci fino allo sfinimento come impedire che le persone costruiscano case fintamente antisismiche, che sversino rifiuti tossici nella terra e nel mare, che facciano bruciare intere pinete, che lascino i rifiuti sulle spiagge, ma falliremo sempre se non ci renderemo conto di avere un valore e che quel valore va custodito, sublimato e donato. Ciò che facciamo è lo specchio di ciò che siamo, anzi, sentiamo di essere, come uomini e come società.

Laura

Perché Giorgio Caproni aveva torto (e perché l'ecologia senza l'Uomo è insostenibile).

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