giovedì 2 febbraio 2017

Tra amore, sofferenza e kintsugi: I 30 minuti di Freud - Nella testa dei giovani (e futuri) psicologi

Fonte: Deviantart
Autoanalizzarsi non è poi una cosa così facile. Devi prenderti dei minuti e riflettere su quello che ti è successo, come hai reagito, come potresti migliorare. A volte gli eventi che devi analizzare ti hanno fatto soffrire, altre volte ti fanno soffrire ancora. E spesso vorresti essere più forte quello che sei. Ci sono momenti, invece, in cui arrivi a desiderare la debolezza, momenti in cui non vorresti vedere il lato brutto del mondo, vorresti illuderti che le persone siano migliori di quello che realmente sono. Tuttavia, se ti chiami Laura e studi Psicologia, sai di essere molto razionale e di non poter mentire a te stessa. Le persone sono e hanno tanti motivi per essere così come appaiono (poi l'apparenza può anche non corrispondere alla realtà...), tu puoi decidere solo se e come frequentarle. Inoltre, hai scavato nel tuo cuore molte volte e non hai trovato rancori. Dio solo lo sa quanto li avresti voluti, quanto avresti voluto sentirti giustificata nell'odiare qualcuno, ma non te lo sei mai permessa, hai sempre preso ago e filo e ricucito tutti gli stralci di te, lasciando però qualche spazio, perché il dolore potesse avere una valvola di sfogo. Per fare questo, per farlo respirare questo cuore sordo e muto, non hai voluto usare la famosissima tecnica giapponese del kintsugi, quella che permette alle ferite, alle cicatrici, alle crepe di essere ricoperte d'oro per fare di un vaso rotto un oggetto più bello, un gioiello. Non lo hai fatto perché, per quanto questa pratica sia un'efficace metafora della resilienza (parola che normalmente significherebbe "capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi" ma che in ambito psicologico è la "capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà", ndr), ritieni che ricoprire le proprie ferite d'oro sia un atto d'ingiustificata superbia, che nasconde un voler mostrare le proprie sofferenze per essere compatiti, compresi, capiti. Certo, ognuno di noi ha bisogno di essere capito, consolato, amato, ma quanto spesso le difficoltà incontrate diventano scuse per imbruttire la propria anima? Hai sempre voluto valorizzare le tue ferite per quel che ti hanno insegnato, di certo non le nascondi, ma nemmeno te ne vanti. Sei fatta così.

E ami la bellezza, la gioia, la brezza primaverile, la leggiadria.
E ami la bruttezza, la sofferenza, l'asfittico, la delusione.
Perché l'amore non è né egoismo, né menefreghismo, è la dolcezza della voce che non ignora, ma allevia.

"Il Bacio" di Gustav Klimt liberamente rivisitato
Fonte: Frasiaforismi

A presto,
Laura.

N.B. l'autoanalisi non ha nessun valore terapeutico e per scrivere questo post non ho seguito nessuno schema, tantomeno freudiano, è un semplice racconto romanzato della mia interiorità. La rubrica è solo liberamente ispirata a una pratica che lo psicoanalista Sigmund Freud era solito utilizzare.
In "onore" al metodo psicoanalitico freudiano delle libere associazioni, ho lasciato che questo post fosse il più possibile un flusso di coscienza, spero vi piaccia.

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