mercoledì 19 luglio 2017

Perché Giorgio Caproni aveva torto (e perché l'ecologia senza l'Uomo è insostenibile).

Sì, Giorgio Caproni (Livorno, 7 Gennaio 1912 - Roma, 22 Gennaio 1990) è uno dei maggiori poeti del Novecento italiano. 
Sì, i suoi versi quest'anno sono stati scelti per essere analizzati dai maturandi, alle prese con una delle tappe più importanti della loro vita. In particolare, la poesia scelta è stata: "Versicoli quasi ecologici", contenuta nella raccolta postuma "Res Amissa" uscita nel '91. La poesia, recita, così:


Giorgio Caproni (da Wikipedia)
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto:
Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.



Versi bellissimi, che ci riportano a riflettere sul rapporto che l'uomo intrattiene con la natura, con quanto sia vero che senza di essa nemmeno lui potrebbe vivere e su quanto contemplarla possa fare bene all'anima e alla psiche. Leggendoli lentamente, parola per parola, si prova rabbia verso chi si adopera per eliminare, consapevolmente o meno, questo nostro patrimonio, perché ci si rende conto ancor meglio della sua preziosità. Di quanto l'Uomo stesso abbia bisogno di Bellezza e di quanto il creato ne sia espressione. 

C'è, però, un problema. Gli ultimi versi non sono veri. Poetici, sicuramente. Collimanti con ciò che l'uomo prova spesso per se stesso, quel disprezzo sottilissimo derivante dal poter fare anche il male (...e non accettarlo), dal ridursi alla propria impronta sul mondo, ma falsi. Perché?

Ve lo spiego con un aneddoto. Ero una matricola entusiasta di iniziare il percorso universitario ed ero a una delle mie prime lezioni di Psicologia Generale. Il professore, a un certo punto, fece a noi studenti, una domanda: "Quando un albero cade in una foresta dove non c'è nessuno, fa rumore?" La maggior parte rispose di sì perché, d'altronde, le cose accadono indipendentemente dal fatto che noi le percepiamo. E invece no. Un albero che cade in una foresta dove non c'è nessuno che lo senta non fa rumore, perché il rumore deriva dalle onde sonore che intercettano le nostre orecchie, il nostro sistema uditivo. Ancora un'altra domanda: "Queste sedie sono blu se nessuno le guarda?" Molti avrebbero voluto rispondere ancora di sì, ma scottati dal precedente errore, tacquero. Allora ci chiese di chiudere gli occhi. "Cosa vedete?", "Niente, è tutto nero". "Esatto, perché il colore è la percezione visiva che crea l'incontro tra le radiazioni elettromagnetiche e la retina, la quale invia i segnali nervosi al cervello". Per cui no, nemmeno i colori per come li conosciamo esisterebbero se noi non li percepissimo. E molto è cambiato anche grazie alla cultura, perché nell'Antica Grecia, per esempio, non si dava l'importanza che diamo oggi alla differenza tra i vari colori, ma si poneva l'accento sulla limpidezza e sulla tenebrosità, così che solo il bianco e il nero erano chiaramente definiti, e questo pensiero arrivò almeno fino al Medioevo.

Perciò no, il mondo non sarebbe lo stesso senza di noi. La terra non sarebbe più bella, perché nessuno la guarderebbe. Non esisterebbero il verde, il rosso, il blu, il giallo. Non esisterebbero suoni e rumori, nessun terremoto e nessun incendio sarebbero catastrofi ma è altrettanto vero che niente avrebbe senso, non potrebbe essere nemmeno una bellezza fine a se stessa, perché molte delle cose che noi riteniamo belle, non ci sarebbero senza di noi, e senza il senso che diamo loro. 

E a proposito di sguardi, qualcuno ha mai notato quanto cambia qualcuno quando sa di essere amato? Quando sente su di sé uno sguardo dolce, tenero, significativo, che scopre tutte le sue meraviglie e le sue unicità, che lo custodisce, che ne esige il vero bene? Ecco, per questo motivo la vera ecologia passa dalla contemplazione della Bellezza, del sentirsi partecipi di una storia che contempla piante e animali, ma passa anche dall'Amore (non narcisistico) per l'Uomo. Perché egli è indispensabile e perché, che decidiamo di distruggerla o di custodirla, queste due azioni partiranno sempre da una concezione antropocentrica della situazione: o sfruttiamo per i nostri comodi (denaro, ecc...) o custodiamo per i nostri comodi (bellezza, un giusto ritorno economico, la nostra stessa sopravvivenza...), anche perché, forse è brutto da dirsi, ma difficilmente contestabile: a un albero non interessa essere un albero, ma a noi interessa che lo sia. 


da Natura Nakupenda

E ancor di più, non possiamo perseguire un'idea ecologica che non ci veda protagonisti non solo nel differenziare la plastica dalla carta, ma dal renderci conto che l'ecologia deve stare al nostro passo e che non tutto può essere rivisitato in chiave "ecologica" e "sostenibile" e che quando parliamo di questi argomenti dobbiamo chiederci sempre sulla base di quali parametri giudichiamo l'essere ecologico o sostenibile di un oggetto o di un'attività. 

Finisco col dire che possiamo chiederci fino allo sfinimento come impedire che le persone costruiscano case fintamente antisismiche, che sversino rifiuti tossici nella terra e nel mare, che facciano bruciare intere pinete, che lascino i rifiuti sulle spiagge, ma falliremo sempre se non ci renderemo conto di avere un valore e che quel valore va custodito, sublimato e donato. Ciò che facciamo è lo specchio di ciò che siamo, anzi, sentiamo di essere, come uomini e come società.

Laura

mercoledì 31 maggio 2017

Perché ho deciso di scegliere Psicologia: i 30 minuti di Freud - Nella testa dei giovani e futuri psicologi

A diciott'anni volevo scrivere.
Sentivo l'impulso irrefrenabile di raccontare la mia e altre storie, storie di persone qualunque che proprio nella loro ordinarietà profumavano di straordinario. 
In realtà era già tutta una vita che amavo scrivere, ma da quando ero bambina dicevo di voler fare la psicologa. Mentre le altre bambine sognavano di diventare principesse, dottoresse, cantanti o veline, io sognavo di fare la psicologa. Avevo le idee chiare, insomma.
Quando però ho intrapreso il Liceo, la passione per la scrittura è emersa con tutta la sua forza. Mi immaginavo scrittrice, giornalista, reporter di guerra (non è durata molto quest'ultima fantasia però, devo ammetterlo), insomma io ero ovunque ci fosse bisogno di "portare luce", di "mettere in vista". E mi andava bene, in quella veste mi ci rivedevo tantissimo. Amavo quell'idea. 
A qualche mese dalla maturità però, quando ho dovuto seriamente pensare a cosa scegliere, ho rivissuto la mia passione per la psicologia passo dopo passo. Mi sono chiesta cosa mi aspettavo da questi studi, cosa volevo dalla vita, chi volevo essere. Tutto con l'ingenuità di chi non ha mai frequentato un'aula universitaria, ma anche con l'entusiasmo di chi non lo ha mai fatto. 
Questa è sempre l'idea all'inizio...  da Coppecih.
Come quasi tutti coloro che scelgono questo percorso, avevo il sogno della Clinica. Volevo aiutare le persone a uscire dai loro disturbi, a stare meglio, a vivere meglio. Spesso il sogno della clinica dei giovani futuri psicologi si accompagna un'immagine psicoanalitico-freudiana della professione. I tuoi sogni iniziano ad essere caratterizzati da studi professionali con grandi librerie, divani in pelle e scrivanie e tu ti figuri ben vestito su una poltrona con un taccuino in mano e occhiali a chiedere ai pazienti come va con la madre e cosa sognano. 
E così... mi sono iscritta.
Adesso di anni ne ho 21, ho frequentato ben più di una lezione, ho dato esami e ho un anno di vita fuori casa alle spalle, più due anni da  studentessa universitaria non frequentante e sebbene con il senno di poi certe scelte non le avrei fatte posso dire la mia sull'argomento.
Non ho scelto la psicologia perché promette grandi guadagni (anzi, non lo fa affatto!);
Non ho scelto la psicologia perché "è interessante da conoscere";
Non ho scelto la psicologia come ripiego;
Non ho scelto la psicologia con l'idea di prendere una laurea e aspettare il miracolo di San Gennaro;
In un certo senso, io e la psicologia ci siamo scelte.
Ci siamo scelte in preda a una passione lacerante e a tante idee e progetti da portare a termine insieme;
Ci siamo scelte perché ci interessiamo a vicenda, io mi interesso di lei e lei s'interessa di me, permettendomi di darle il mio contributo;
Ci siamo scelte perché sappiamo che l'una senza l'altra non saremmo le stesse;
Ci siamo scelte con la consapevolezza di dover lottare, sudare e sputare sangue perché venga riconosciuta la giusta dignità alla professione e la nostra utilità.
Dopo la scelta sono arrivati i momenti felici, ma anche quelli tristi.
Ci siamo odiate, a volte.
L'università non è facile, devi gestire studio, emozioni, impegni, voglia di scappare al mare a luglio quando tutti i tuoi amici mettono foto del mare mentre tu sei sul letto a studiare l'ennesima dispensa invocando San Condizionatore e con uno chignon sfatto che non hai neanche il coraggio di guardare, a volte va bene, a volte va male, succedono intoppi nel percorso, ti rendi conto che il sogno della Clinica non è più il tuo, che hai altre ambizioni, che la cosa più bella del mondo non è piegarsi sulle sofferenze altrui con l'aura di sicurezza che i libri ti concedono, con l'idea che tanto tu sei psicologo e capisci tutto, ma che lo è farlo con la consapevolezza che quella persona che ti sta parlando è unica e che ha già dentro di sé gli strumenti per diventare il meglio di se stessa e tu hai l'unico compito di farglielo capire (e, soprattutto, che non sai tutto). Non sei tu a ridare la vita a un altro, è l'altro che sboccia come un fiore coraggioso dopo il freddo inverno. E non è nemmeno detto che tu debba "ridare la vita" a qualcuno, puoi essere un ricercatore, puoi lavorare in una azienda, in una scuola, in un ospedale... tutto dipende da te, dalle competenze che decidi di sviluppare, da chi sei.
Ogni decisione è un viaggio... da Legami di Vita... e non solo.
E non basta la passione. Ci vogliono impegno e costanza. Soprattutto nei momenti in cui una voce dentro di te ti dice: "ma chi te la fa fare?", "guarda che la montagna è ripida, lascia perdere". La tentazione, a volte, è molto forte. Tutti si ritrovano con queste domande nelle tasche. Io le risposte le ho sempre trovate dentro di me, ma anche fuori: negli occhi delle persone. In tutti coloro che mi "usano" da sempre come confessionale. Nella consapevolezza che la competenza potrà solo farmi migliorare (e che non potrò averli come pazienti!). 
Anzi no, forse la vera risposta, nonostante tutte le difficoltà, la trovo la mattina quando mi sveglio... consapevole di essere nel mio posto del mondo.
Questo post l'ho scritto adesso perché so che le scelte universitarie devono essere prese entro poco. Io non ho grande esperienza, non sono un tutor, non sono nulla, ma partendo dalla mia di esperienza posso dire una cosa a chi si ritrova a fare questa scelta. Sappiate che prima o poi "avita azzuppà u muss" (per chi non conoscesse il mio dialetto: dovette "sbattere il muso"). Niente sarà più come la scuola, niente sarà più come vivere nella casa dell'infanzia (nemmeno se poi ci ritornerete), niente sarà lo stesso con gli amici, con i conoscenti, quando passeggerete per strada. Ma non abbiate paura. Abbiate il coraggio di affrontare le gioie e le delusioni. Rischiate facendo quello che fa per voi e non quello che gli altri vorrebbero che voi faceste. Pensate a chi volete essere. Questo sarà un passaggio fondamentale verso l'essere uomini e donne adulti, capaci di prendere decisioni, di assumersi le proprie responsabilità, di conoscere altri sistemi di pensiero, di amare. Concedetevi il diritto di dire "niente sarà più come prima", perché sarà lì che inizierà l'avventura. E forse pure un po' la felicità.

Ho scelto Psicologia perché nella vita, tra tutte le scelte, ho scelto me stessa sempre. E ho ancora voglia di scrivere.

lunedì 17 aprile 2017

#PsicoStoria: Lo sbarco della "Baia dei Porci" e perché fu un disastro "annunciato".

Saremmo tentati di pensare che il detto popolare "Due teste sono meglio di una" sia una perla di saggezza valida in ogni occasione, in quanto generalmente riteniamo che il gruppo possa aiutare a ridurre le posizioni eccessive dei singoli, a scovare gli errori individuali e permettere la condivisione di informazioni utili per il processo decisionale. In realtà non è sempre così e il perché lo comprendiamo meglio quando, in psicologia sociale, affrontiamo i processi e le dinamiche all'interno dei gruppi, tra cui il cosiddetto pensiero di gruppo. Il concetto di pensiero di gruppo (in inglese Groupthink) fu elaborato nel 1982 da Irving Janis, il quale sosteneva che la spinta verso una forte coesione interna, inviti i componenti dei gruppi a ricercare l'unanimità, invece che a considerare le reali alternative a disposizione e che riesca a esortare le persone ad abbandonare le proprie convinzioni in favore di un pensiero di gruppo. La condivisione sociale, dunque, offre una sicurezza che mette in secondo piano la realtà dei fatti. Il pensiero di gruppo si presenta, quindi, come una patologia del sistema di pensiero. Secondo Janis il tipico esempio di pensiero di gruppo è anche un "classico" della decisione sbagliata: lo sbarco della "Baia dei Porci" . Prima di spiegare perché questo evento storico/militare possa essere preso ad esempio come modello di come non prendere una decisione, facciamo un piccolo excursus storico:
Fonte: Wikipedia
"L'evento storico/militare inerente la "Baia dei Porci" si consumò tra il 15 e il 19 aprile 1961. Per gli USA fu un vero e proprio disastro. L'operazione fu organizzata dalla CIA, per abbattere il regime di Fidel Castro ma il risultato fu quello di rafforzare il regime castrista e gettarlo definitivamente nelle braccia sovietiche. L'Operazione Pluto, così chiamata, fallì mandando a morte la Brigata 2506. In sintesi, nel 1961 l'amministrazione Kennedy decise che forze armate statunitensi avrebbero aiutato lo sbarco a Cuba (nella Baia dei Porci, appunto) di 1200 esuli cubani contrari a Fidel Castro (...) L'azione si rivelò un completo fallimento in quanto le navi di appoggio furono affondate dall'aviazione cubana e, a rispondere ai 1200 esuli si ritrovarono circa 20.000 soldati cubani che li sconfissero e imprigionarono. Gli Stati Uniti, alla fine, pagarono un riscatto di milioni di dollari per la liberazione dei prigionieri e l'Unione Sovietica fornì a Cuba armi nucleari per evitare ulteriori conflitti."
Fonte: Cultura
La domanda, quindi, sorge spontanea: chi ebbe l'idea di proporre questo genere di operazione? Sarà forse stupefacente, ma fu un comitato costituito appositamente per prendere questa decisione e che aveva all'interno eminenti personalità provenienti dal mondo universitario, economico e militare. Capiamo, dunque, che il problema del pensiero di gruppo non è l'incompetenza dei membri del gruppo stesso e questo vale ancor di più in questo caso, ma secondo Janis lo è il fatto che gruppi di questo tipo debbano prendere decisioni importanti in fretta, che subiscano forti pressioni dall'esterno e che siano oggetto di notevoli aspettative, in quanto tutto ciò rafforza la spinta verso l'unanimità e porta a una sovrastima della propria forza e alla percezione di essere soli nel dover prendere la decisione, senza interventi esterni. La decisione sarà dunque basata più sul supporto reciproco tra i membri del gruppo che su un'accurata analisi della realtà.

Secondo voi il pensiero di gruppo è inevitabile? E se no, come può essere arginata la probabilità che si presenti? Vi lascio la libertà di rispondere a queste domande, con la promessa di scrivere presto un post di risposta che riprenderà un altro evento storico.

A presto,
Laura.

Fonti:

Ringrazio Daniele per la preziosissima consulenza storica.



lunedì 6 marzo 2017

Autavera: la confusione come risorsa.

"Se la confusione è il primo cammino per la conoscenza, io devo essere un genio."
- Larry Leissner 

La premessa doverosa per aprire questo post è che l'autrice è sempre stata una persona abbastanza confusionaria e che fino alla veneranda età di 21 anni (quasi 22, ma non lo diciamo a nessuno...) aveva considerato questo suo aspetto caratteriale come un pregio, come uno stimolatore di creatività e che, invece, da pochi mesi a questa parte si è ritrovata a rimettere tutto in discussione, in quanto è emerso dentro di lei prepotentemente il bisogno che aveva sempre cercato di soffocare grazie a sorella pigrizia, il bisogno di ordine e pulizia. A dirla proprio tutta, questo bisogno era emerso anche altre volte, ma non con questa violenza, e il massimo risultato era stato riordinare la lista degli amici su Facebook. Il che è tutto dire.

Fonte: kenart
Detto questo penso dunque di meritarmi l'Oscar per la confusione e il "diritto/dovere" di parlarne, anche per dare eventuali consigli su come combattere questo mostro che, come un virus impazzito, figlia svariate volte e non ha molta fortuna con la gradevolezza dei nomi dei pargoli: parliamo di procrastinazione, insuccesso, insoddisfazione e una generale perdita di tempo

Certo, non sono una paladina dello stacanovismo, sono pur sempre figlia della Magna Grecia (gli Antichi Grechi consideravano l'ozio appannaggio dell'aristocrazia e il lavoro una esclusiva di schiavi e stranieri, nda), però ritengo, ora come ora, che l'ordine e l'organizzazione esteriori non solo siano lo specchio di quelli interiori, ma anche che aiutino a ridurre l'ansia in caso di eventi importanti quali possono essere gli esami universitari

Questo sarà il primo post di una serie sull'argomento "organizzazione del tempo" (tra poco arriverà anche la seconda puntata dell'autoanalisi, vedi i problemi che crea la poca organizzazione?) e penso che, essendo un'introduzione, la cosa migliore sia dare i seguenti consigli:

  1. Anche se a noi giovani l'idea piace come a un claustrofobico piace l'ascensore, uno dei trucchi migliori è alzarsi al mattino sempre alla stessa ora, meglio se presto. Questo ti consentirà di organizzare la giornata prima che cominci e... prima che gli altri siano svegli e inizino a parlarti e farti domande, rischiando la propria vita;
  2. Preparare ciò che ti servirà per il giorno dopo, la sera prima. Posso assicurare che si risparmia un sacco di tempo e anche molto stress. Ancor meglio se lo fate anche con i vestiti, soprattutto le donne;
  3. Crea una routine! Sapere cosa devi fare ad ogni ora del giorno ti aiuta a diminuire il numero di decisioni che devi prendere e fa diminuire il livello di "corsa olimpica all'ultimo impegno" che puntualmente ti eri dimenticato/a perché hai 358.615 cose da fare.
Avrete capito da ciò che ho scritto che le uniche risorse che imputo alla confusione, ora come ora, sono imputabili alla sua scomparsa, che tuttavia abbisogna di tutto un percorso di riordino e organizzazione, ed è proprio attraverso questo che le risorse si attivano. Consiglio comunque sempre a chiunque si accinga a voler combattere contro qualsiasi "vizio" di non essere troppo duro con se stesso, perché se al minimo sbaglio ci si colpevolizza e si smette di provare, si prolunga solo l'agonia. La vita è (anche) una serie di tentativi falliti e una risibile parte (seppur molto importante) di successi.

N.B. cosa significa "autavera"? Per quanto mi riguarda è il simbolo stesso della confusione, un misto tra autunno e primavera, come il tempo che c'è in questi giorni dalle mie parti. Mi sento molto rappresentata da questa parola, e ringrazio Riccardo per avermela suggerita!

Cosa ne pensate voi? Siete confusionari come la sottoscritta? Cercate di combattere il disordine o lo ritenete parte di voi? Quali consigli dareste in merito?

A presto,
Laura



giovedì 2 febbraio 2017

Tra amore, sofferenza e kintsugi: I 30 minuti di Freud - Nella testa dei giovani (e futuri) psicologi

Fonte: Deviantart
Autoanalizzarsi non è poi una cosa così facile. Devi prenderti dei minuti e riflettere su quello che ti è successo, come hai reagito, come potresti migliorare. A volte gli eventi che devi analizzare ti hanno fatto soffrire, altre volte ti fanno soffrire ancora. E spesso vorresti essere più forte quello che sei. Ci sono momenti, invece, in cui arrivi a desiderare la debolezza, momenti in cui non vorresti vedere il lato brutto del mondo, vorresti illuderti che le persone siano migliori di quello che realmente sono. Tuttavia, se ti chiami Laura e studi Psicologia, sai di essere molto razionale e di non poter mentire a te stessa. Le persone sono e hanno tanti motivi per essere così come appaiono (poi l'apparenza può anche non corrispondere alla realtà...), tu puoi decidere solo se e come frequentarle. Inoltre, hai scavato nel tuo cuore molte volte e non hai trovato rancori. Dio solo lo sa quanto li avresti voluti, quanto avresti voluto sentirti giustificata nell'odiare qualcuno, ma non te lo sei mai permessa, hai sempre preso ago e filo e ricucito tutti gli stralci di te, lasciando però qualche spazio, perché il dolore potesse avere una valvola di sfogo. Per fare questo, per farlo respirare questo cuore sordo e muto, non hai voluto usare la famosissima tecnica giapponese del kintsugi, quella che permette alle ferite, alle cicatrici, alle crepe di essere ricoperte d'oro per fare di un vaso rotto un oggetto più bello, un gioiello. Non lo hai fatto perché, per quanto questa pratica sia un'efficace metafora della resilienza (parola che normalmente significherebbe "capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi" ma che in ambito psicologico è la "capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà", ndr), ritieni che ricoprire le proprie ferite d'oro sia un atto d'ingiustificata superbia, che nasconde un voler mostrare le proprie sofferenze per essere compatiti, compresi, capiti. Certo, ognuno di noi ha bisogno di essere capito, consolato, amato, ma quanto spesso le difficoltà incontrate diventano scuse per imbruttire la propria anima? Hai sempre voluto valorizzare le tue ferite per quel che ti hanno insegnato, di certo non le nascondi, ma nemmeno te ne vanti. Sei fatta così.

E ami la bellezza, la gioia, la brezza primaverile, la leggiadria.
E ami la bruttezza, la sofferenza, l'asfittico, la delusione.
Perché l'amore non è né egoismo, né menefreghismo, è la dolcezza della voce che non ignora, ma allevia.

"Il Bacio" di Gustav Klimt liberamente rivisitato
Fonte: Frasiaforismi

A presto,
Laura.

N.B. l'autoanalisi non ha nessun valore terapeutico e per scrivere questo post non ho seguito nessuno schema, tantomeno freudiano, è un semplice racconto romanzato della mia interiorità. La rubrica è solo liberamente ispirata a una pratica che lo psicoanalista Sigmund Freud era solito utilizzare.
In "onore" al metodo psicoanalitico freudiano delle libere associazioni, ho lasciato che questo post fosse il più possibile un flusso di coscienza, spero vi piaccia.

lunedì 30 gennaio 2017

Nuova Rubrica: I 30 minuti di Freud - Nella testa dei giovani (e futuri) psicologi

Tenere costantemente aggiornato un blog non è cosa semplice quando si hanno tanti impegni e questi impegni comprendono sessioni di studio matto e disperatissimo, ansia, esami imminenti, ansia, organizzarsi per la partenza e ansia (ho già detto ansia?). Per questo motivo, soprattutto negli ultimi giorni, mi sono spesso interrogata su come trovare il mondo di dedicare ogni giorno del tempo a questo progetto e ai miei lettori. Ebbene, l'ispirazione è arrivata proprio mentre studiavo (incredibile ma vero!). Ero immersa in un manuale delle principali teorie della psicologia dello sviluppo e ho letto una particolarità davvero curiosa sullo psicoanalista più famoso del globo (Freud, chi altri?), ossia che dedicava sempre l'ultima mezz'ora della giornata all'autoanalisi. Ora, chiarito che l'autoanalisi non serve a nulla a livello terapeutico, ho pensato sarebbe stata una bella idea iniziare anche io ad analizzare le mie giornate, non per curare alcunché ovviamente, ma per soffermarmi di più a riflettere su ciò che mi succede, sulle gioie e i dolori e prendermi il tempo per capire come affrontarli e magari anche per prendere nota di tutto ciò che vorrei fare/leggere/guardare/approfondire. Tutto questo mi piacerebbe anche condividerlo con i lettori, magari facendo qualche incursione "psicologica" sul perché ho scelto la psicologia, quali sono gli aspetti che mi colpiscono di più, cosa me ne fa innamorare, problematiche, pensieri sparsi... L'idea sarebbe di fare una rubrica giornaliera, ma sarei contenta già di riuscire a pubblicarla tre volte alla settimana. In questo mi piacerebbe anche non essere sola, coinvolgere magari qualche collega universitario per uno scambio di pareri, colleghi di altri atenei o di facoltà in cui si affrontano percorsi attinenti alla psicologia e magari anche qualcuno di voi.
Spero che questa idea vi piaccia, io inizio stasera... chi vuole seguirmi?

Fonte: Pinterest


A presto,
Laura

venerdì 6 gennaio 2017

3 + 1 consigli per evitare che l'Epifania (oltre alle feste) si porti via anche la voglia di studiare.


"Ogni giorno, in un letto con sette cuscini, uno studente si sveglia e sa che dovrà combattere con la sua (non) voglia di studiare. 

Ogni giorno, nella mente di uno studente, la (non) voglia di studiare si sveglia e sa che dovrà tormentare lo studente per tutte le ore che passerà sui libri. 

E che alla fine dello studio dovrà essere sostituita dal senso di colpa di non stare ancora studiando... anche se sono le 22 di sera ed inizia la nuova stagione di una serie tv".
                                                                         
- riadattamento personale di un proverbio africano


Questa è la tua situation pre-esame, vero?
Credit image: Leggeretutti

Tutti gli studenti del mondo, ne sono certa, si riconosceranno in questa frase, in particolare coloro che studiano all'università (ma anche le superiori non scherzano). E non è solo una questione di passione, di forza di volontà, di "giovani che non sanno cos'è il senso del sacrificio", è la semplice risultante di un dato di fatto: studiare stanca. Vuoi perché ripetere trenta volte le stesse cose per saperle a menadito è l'attività più noiosa del mondo dopo la conta delle pecore per gli insonni, vuoi perché dopo tanti anni di studio vorresti occuparti di qualcosa di più pratico, arrivi alla fine delle feste natalizie (e non solo...) a chiederti: "Chi me l'ha fatto fare di iscrivermi all'università?". Per aiutarti in questa fase di ripresa della routine quotidiana voglio darti 3 consigli (che applicherò anche io):

  1. PIANIFICA!: Prendi tutto il materiale che hai da studiare e suddividi le pagine per i giorni che ti mancano fino all'esame. Ricorda che anche se la giornata ha 24 h difficilmente riuscirai a studiare per tutto quel tempo: a mio avviso la miglior suddivisione della giornata è: 8 h di sonno, 6-8 h di studio, 8-10 h di tempo libero;
  2. USA IL METODO POMODORO: Converrai con me che già il nome è tutto un programma, ma il funzionamento è una vera e propria bomba: si tratta di suddividere le tue sessioni di studio in segmenti di 25 min. di studio intenso e 5 min. di pausa (ogni 3-4 pomodori, i min. di pausa diventano 15). Le pause nello studio sono fondamentali per permettere al cervello di riposare e permettono di apprendere molto di più, sempre che non superino in termini temporali quello che impieghi a controllare gli stati del tuo ex su Facebook;
  3. RIACQUISTA MOTIVAZIONE: Questo consiglio è particolarmente valido se la materia che stai studiando ti piace, ma ti senti ingabbiato in tantissime nozioni teoriche che non ti permettono di capire come potresti mai utilizzarle nella pratica: inizia a leggere riviste di approfondimento inerenti al tuo corso di studi (nel caso di Psicologia ti consiglio: Psicologia Contemporanea, Mente e Cervello e Riza Psicosomatica, che sono le più famose - anche se personalmente preferisco e acquisto regolarmente solo le prime due), cerca su internet interviste ai massimi esperti del tuo campo, guarda film a tema, insomma applica il metodo che gli studenti di lingue, usano per impararne di nuove: IMMERGITI in tutto ciò che tratta di quell'argomento. Di certo non diventerai un esperto, ma ti renderai conto di come vengono applicate praticamente le conoscenze teoriche, le approfondirai e potresti anche scoprire nuovi campi di applicazione interessanti, utili per un futuro lavoro.
Mi dispiace, ma questi pomodori non valgono!
Credit image: Il Giornale Del Cibo

  • L'idea in più: per utilizzare il Metodo Pomodoro scarica l'app Goodtime productivity timer, ben fatta e pratica, anche perché oltre a segnare il tempo, toglie automaticamente l'attivazione di connessione dati e wi-fi, perciò è l'anti-distrazione per eccellenza (unico neo: non si può trasferire su sd). Non ho mai provato altre app, perciò non posso dire se sia la migliore, ma io la trovo buona. 


Questi sono i miei tre consigli per affrontare il post-vacanze e riprendere a studiare, li hai trovati utili? Ti piacerebbe un post più lungo con il metodo di studio più efficace e studiato dagli psicologi? Dimmelo nei commenti!

A presto,
Laura




Perché Giorgio Caproni aveva torto (e perché l'ecologia senza l'Uomo è insostenibile).

Sì, Giorgio Caproni (Livorno, 7 Gennaio 1912 - Roma, 22 Gennaio 1990) è uno dei maggiori poeti del Novecento italiano.  Sì, i suoi versi qu...